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Mahsa Amini, l’Iran un anno dopo: 500 i morti nelle proteste

Foto AP-LaPresse - Tutti i diritti riservati

Aveva 22 anni Mahsa Amini, ed era a Teheran con la famiglia quando fu arrestata dalla polizia morale per aver indossato “in modo inappropriato” il velo. La giovane curdo-iraniana morì il 16 settembre mentre si trovava sotto la custodia degli agenti. Durante il funerale, due giorni dopo, le donne presenti decisero di togliersi il velo e intonarono per la prima volta quello che sarebbe poi diventato l’inno della rivolta: “Donna, vita e libertà”. Fu l’inizio delle proteste che per mesi hanno agitato l’Iran in una delle più grandi sfide alla teocrazia iraniana dalla Rivoluzione islamica del 1979. Donne di ogni età sono scese in strada per sfidare l’autorità del governo e della Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, con slogan come “Morte al dittatore”. Il dissenso si è presto esteso anche ai social, dove i video delle iraniane in rivolta hanno fatto il giro del mondo e hanno raccolto il sostegno di molte donne che, in segno di vicinanza, si sono filmate mentre si tagliavano ciocche di capelli. Nuove manifestazioni sono previste in tutto il mondo, Italia inclusa, sabato 16 settembre per ricordare Mahsa Amini.

In Iran si temono disordini, dopo che le proteste sono andate scemando negli ultimi mesi sotto il peso della repressione. Ieri ci sono state alcune manifestazioni e proteste.

Il governo, accusando l’Occidente di aver fomentato il caos, ha tentato di far tacere il dissenso nella violenza. Centinaia sono stati i manifestanti feriti da proiettili, pallini metallici o gas lacrimogeni. La repressione ha visto l’uccisione di oltre 500 persone e la detenzione di più di 22.000. A oggi, sono 7 gli uomini arrestati durante le proteste per cui è stata eseguita una condanna a morte. Tra le persone interrogate e detenute ci sono anche lo zio di Mahsa e l’avvocato della famiglia, Saleh Nikbakht, che dovrà affrontare un processo con l’accusa di aver diffuso ‘propaganda’ durante le sue interviste con i media stranieri. Vista la giovane età dei partecipanti, il regime iraniano ha stretto la morsa soprattutto attorno alle università. Nell’ultimo anno centinaia di studenti hanno dovuto affrontare procedimenti disciplinari a causa del loro coinvolgimento nelle proteste e oltre cento professori universitari sono stati licenziati o sospesi.

Nella furia della repressione è rimasta coinvolta anche la travel blogger italiana Alessia Piperno. La 30enne romana si trovava a Teheran allo scoppio delle proteste, quando il 28 settembre è stata arrestata. L’ipotesi è che sia entrata nel mirino del regime per alcuni messaggi social sulle manifestazioni o per l’arrivo di alcune persone nel suo ostello che cercavano rifugio dopo le proteste. Piperno è stata rinchiusa a Evin, la prigione più temuta di Teheran, dove vengono mandati i detenuti politici, fino alla sua liberazione il 10 novembre.

Ora in Iran si teme che ci possano essere nuove violenze. “La situazione attuale è molto grave, il regime, per intimidire le persone perchè non partecipino alle manifestazioni del 16 settembre, ha iniziato ad arrestare un familiare per ogni vittima o persona che si trova in carcere. Il silenzio dei media fa sì che il regime si senta autorizzato alla violenza che usa contro i cittadini”, afferma a LaPresse Pegah Moshir Pour, attivista italo-iraniana per i diritti umani e digitali, “la situazione in Iran è molto complessa, le donne sono 44 anni che combattono il regime, questa volta però sono insieme agli uomini, ed è per questo che la rivoluzione è così duratura e compatta in tutti i grandi centri”. L’Italia, insieme all’Unione europea, è l’appello di Pegah Moshir Pour, “dovrebbe fare più pressione e l’Iran dovrebbe essere nell’agenda quotidiana di ogni Paese occidentale”.

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