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‘Ndrangheta, arrestato il boss Marcello Pesce a Rosarno

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E’ stato arrestato a Rosarno dai poliziotti dello Sco e della squadra mobile di Reggio Calabria Marcello Pesce, boss della ‘ndrangheta considerato tra i piu pericolosi latitanti in circolazione. Nato a Rosarno (Reggio Calabria) il 12 marzo 1964 viene soprannominato ‘Il ballerino’ ed è figlio di Rocco Pesce, nonché nipote del defunto boss Giuseppe Pesce (classe 1923). Pesce era inserito nell’elenco dei latitanti pericolosi stilato dal ministero dell’Interno ed è destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa il 20.05.2010 dal G.I.P. del Tribunale di Reggio Calabria per i delitti di associazione mafiosa ed intestazione fittizia di beni con l’aggravante di cui all’art. 7 della Legge 203/91. Capo indiscusso dell’omonima cosca operante a Rosarno e altrove, ritenuta tra le più agguerrite dell’intera ‘ndrangheta calabrese, annovera precedenti di polizia per associazione mafiosa, omicidio doloso, violazione del T.U. sugli stupefacenti, inosservanza dei provvedimenti dell’autorità ed altro.

LUNGA ATTIVITA’ CRIMINALE. Il suo nome compare negli atti giudiziari degli anni Novanta, quando alcuni rapporti di polizia evidenziavano la sua sospetta appartenenza alla criminalità organizzata di Rosarno capeggiata dal defunto boss di Rosarno Giuseppe Pesce. Più recentemente, nel 2010, Marcello Pesce si sottraeva all’esecuzione del decreto di fermo d’indiziato di delitto emesso il 28.04.2010 dalla Procura distrettuale Antimafia di Reggio Calabria nell’ambito dell’ampia operazione di polizia giudiziaria denominata convenzionalmente ‘All Inside’, poi tramutato in ordinanza di custodia cautelare in carcere. Al termine del relativo processo di primo grado, Marcello Pesce è stato condannato alla pena di 15 anni e 6 mesi di reclusione poiché riconosciuto colpevole dei delitti di associazione mafiosa e intestazione fittizia di beni (autovetture) con l’aggravante di cui all’art. 7 della Legge 203/91. Tale verdetto è stato riformato in appello con una nuova condanna alla pena di 16 anni e 2 mesi di reclusione, non definitiva. Nel 2015, in considerazione dei possibili appoggi di cui Pesce poteva giovarsi in territorio estero, le ricerche sono state estese anche in ambito comunitario in data 10 febbraio 2015, attraverso l’emissione del mandato di arresto europeo da parte della corte di Appello di Reggio Calabria. Nel passato, in data 2 febbraio 1989, Marcello Pesce è stato destinatario del mandato di cattura nr. 17/89, emesso dall’Ufficio istruzione del Tribunale di Palmi per associazione mafiosa. Il 7 giugno 1990 veniva sottoposto alla Sorveglianza Speciale di Pubblica Sicurezza per 2 anni, con divieto di soggiorno in Calabria, Basilicata e Puglia.

Nel dicembre del 1991 è stato raggiunto da un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal G.I.P. presso il Tribunale di Reggio Calabria nell’ambito del procedimento penale 1148/91 R. G.I.P., in quanto ritenuto appartenente a un’associazione mafiosa. In seguito, è stato rinviato a giudizio nell’ambito del procedimento penale (scaturito dalle dichiarazioni di Giuseppe Scriva e Salvatore Marasco) avviato dalla Direzione distrettuale Antimafia di Reggio Calabria per associazione mafiosa e violazione della Legge sugli stupefacenti. Per tali reati verrà assolto ai sensi dell’art. 530, comma 2 c.p.p.. Eguale assoluzione interveniva anche al termine di un processo per rapina e detenzione armi, avviato a suo carico nell’ambito del procedimento penale nr. 133/2000 R.G.N.R.. Il 19 febbraio 2002 fu arrestato nell’ambito dell’operazione ‘Gatto Persiano’ per avere, in concorso con persone ignote, promosso, organizzato e diretto un’associazione di tipo mafioso denominata localmente ‘ndrangheta e, più precisamente cosca Pesce, operante in federazione con la cosca Albano nella zona di San Ferdinando e con altre associazioni mafiose.

PROCEDIMENTI PENALI. Al fine di poter inquadrare meglio l’ambito mafioso di appartenenza e la sua caratura criminale, appare utile – spiega la polizia di Stato – porre in risalto i due principali procedimenti penali in cui Pesce è stato coinvolto. Procedimento penale ‘Arena Domenico+54’: Nell’ambito di tale procedimento la procura della Repubblica di Reggio Calabria contestava a Marcello Pesce il delitto di associazione mafiosa; la partecipazione ad alcune condotte criminali, tra le quali si segnalava la funzione di vivandiere, l’importazione di ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti (cocaina ed eroina), sia sul piano internazionale che in ambito locale, in concorso con importanti esponenti dell’omonima ‘famiglia’, tra cui il boss Giuseppe Pesce (classe 1923), Antonino Pesce (classe 1963), Vincenzo Pesce, Vincenzo Celini, Domenico Arena, Francesco Di Marte, Domenico Leotta. Procedimento penale Operazione ‘All Inside’: a conclusione dei relativi processi di primo e secondo grado, Marcello Pesce è stato condannato alla pena di 16 anni e 2 mesi di reclusione, poiché ritenuto colpevole di aver preso parte, in qualità di promotore e organizzatore, all’associazione di tipo mafioso denominata ‘ndrangheta – e più in particolare ‘ndrina Pesce di Rosarno – nonché di aver preso parte ad un summit pacificatorio con esponenti dell’avversa cosca Bellocco finalizzato a impedire il dilagarsi di una pericolosa faida di ritorsione, scatenatasi a seguito dell’omicidio di Domenico Sabatino, e proseguita poi con i tentati omicidi di Vincenzo Ascone e suo cugino Aldo Nasso, l’assassinio di Domenico Ascone e il ferimento di Michele Ascone, vicini al gruppo dei Bellocco. E’ riconosciuto altresì colpevole del delitto di intestazione fittizia di numerose autovetture con l’aggravante di cui all’art. 7 della Legge 203/91.  

IL SUO RUOLO. Del ruolo criminale di Marcello Pesce hanno parlato anche diversi collaboratori di giustizia, tra cui Salvatore Facchinetti e Giuseppina Pesce. Nel corso dell’interrogatorio reso il 20 giugno 2007, il primo riferiva sull’omicidio di Rocco Castagna, eseguito da Domenico Leotta e Francesco Di Marte, detto ‘tetenna’ su mandato di Marcello Pesce. Un’insana ragione, scaturita a fronte del rifiuto della vittima di punire con ‘la morte’ suo nipote, ritenuto responsabile dell’incidente stradale in cui perse la vita Tiziana Arena, moglie di Pesce. Allo stesso modo, anche Giuseppina Pesce, figlia del più noto Salvatore Pesce, indicava il cugino Marcello quale intraneo alla cosca PESCE di Rosarno, riferendo anche in merito a una sua tempestiva comunicazione al clan su indagini di polizia in corso (operazione ‘All Inside’) che avrebbero condotto a numerosi arresti.

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